
La più grande maskirovka (termine che in russo possiamo tradurre come occultamento, camuffamento) mai sviluppata dai servizi segreti sovietici, e probabilmente da ogni altra agenzia di spionaggio durante la seconda guerra mondiale è stata senza ombra di dubbio, l’operazione Monastero.
Il ripensamento di Stalin
Agli inizi del 1942, quando ancora Stalin si ostinava ad accentrare su di se tutte le decisioni strategiche e tattiche del conflitto, con risultati disastrosi, avviò una profonda revisione dei servizi di intelligence sovietici, portandoli di fatto quasi alla paralisi. I continui rovesci militari indussero il padrone del Cremlino, nell’estate del 1942, ad avviare una vera e propria rivoluzione nella conduzione della guerra, che implicitamente ammetteva il proprio fallimento come stratega. Da allora concesse ai generali, almeno fino al livello di corpo d’armata, maggiore autonomia e permise ai servizi segreti di funzionare di nuovo in modo coerente e professionale.

È in questo contesto che viene lanciata, congiuntamente da NKVD, la polizia politica e servizio di controspionaggio e dal GRU, i servizi di intelligence militare, l’operazione Monastero, la più grande macchinazione spionistica di tutta la guerra, probabilmente superiore alla stessa operazione Fortitude con la quale gli alleati cercarono di mascherare lo sbarco in Normandia.
L’agente Max
Originariamente concepita nel luglio del 1941, con lo scopo di introdursi nell’apparato spionistico nazista ed individuare eventuali traditori, Monastero fu, nell’estate del 1942, ricalibrata ed ampliata costruendo un fittizio movimento di resistenza anti sovietico e filo tedesco infiltrato nel Comando Supremo russo e con il nome in codice Trono.

Un vecchio aristocratico di nome Glebov, ex presidente della nobiltà di Gorki, in stato di povertà e dalla salute malferma, fu ingaggiato per diventare il capo del presunto Movimento di Resistenza. Glebov era però di fatto solo uno specchietto per le allodole, il ruolo centrale dell’Operazione Monastero, venne svolto dall’agente Max nome in codice di Alexandre Demianov, di origini aristocratiche e già agente operativo del NKVD.
Nel 1941, Demianov, a cui non mancava una buona dose di coraggio, in pieno dicembre, dopo una lunghissima marcia sugli sci, attraversa le linee nemiche, consegnandosi ai tedeschi come disertore dell’Armata Rossa e rappresentante di circoli anti sovietici e pro-tedeschi.
Inizialmente i tedeschi accolgono Demianov con molta diffidenza, temendo che si tratti di un doppiogiochista al servizio di Stalin, anche se ne ammirarono il coraggio per aver attraversato la steppa per centinaia di chilometri, in pieno inverno russo, al fine di raggiungere le linee nemiche.
I nazisti cadono nella trappola
Con il passare del tempo l’Abwher si convince di poter utilizzare Demianov come infiltrato e agli inizi del 1942 viene paracadutato nei pressi di Mosca. Pavel Anatol’evyč Sudoplatov che coordinava per il Centro sovietico l’operazione Monastero, decise che la base del movimento di resistenza anti sovietico fosse collocata nella casa moscovita dell’agente Max.
Nell’ultima parte del 1942 Demianov trasmette all’Abwher ed a Reinhard Gehlen, il capo dei servizi segreti tedeschi sul fronte orientale , di essere stato assegnato in qualità di ufficiale minore addetto alle comunicazioni presso il comando supremo sovietico.
Un’esca da 70.000 morti

Lo sviluppo più importante e controverso dal punto di vista storico dell’Operazione Monastero si ebbe nel novembre del 1942, un momento cruciale del conflitto bellico. Il 19 novembre l’Armata Rossa lanciò l’operazione Urano, lo storico doppio aggiramento della VI Armata tedesca dietro Stalingrado.
Quattro giorni dopo fu però scagliata dai russi un’offensiva nella zona di Kalinin con ben sei armate, l’operazione Marte, che si risolse in un disastro senza precedenti, con oltre 70.000 russi morti. Il maresciallo Zukov ammise il drammatico fallimento di questa offensiva ma più di mezzo secolo dopo, Sudoplatov rivelò che l’operazione Marte era stata preventivamente rivelata ai tedeschi senza che Zukov lo sapesse su esplicito ordine di Stalin.
Il drammatico sacrificio di tanti uomini e mezzi aveva come cinico obiettivo quello di creare un’azione diversiva a favore dell’Operazione Urano a Stalingrado, distogliendo uomini e mezzi del nemico.
Per anni si è dibattuto se questo incredibile sacrificio fosse davvero da attribuire a Monastero e gli storici si sono aspramente divisi, ma negli ultimi anni questa terribile ipotesi ha assunto sempre più consistenza. La vittoria sovietica a Stalingrado passa anche dal sacrificio di decine di migliaia di soldati russi cinicamente mandati alla morte da Stalin per assicurarsi una vittoria strategica.
Per saperne di più:
Accerchiamento della VI Armata tedesca
La capitolazione di Stalingrado
Nella foto in evidenza, l’agente Max, alias Alexandre Demianov